Transiti – Mostra di pittura Maurizio Governatori e Gianfranco Tognarelli

Livorno, Fortezza Nuova – Sala degli Archi
29 aprile – 21 maggio 2017

Sospendere il presente, per il futuro

Nicola Micieli

Nel 2013 Maurizio Governatori e Gianfranco Tognarelli tenevano al Centro Congressi San Martino di Fermo una mostra all’insegna dei Transiti. Un titolo inclusivo di innumerevoli accezioni, che per loro significava «i passaggi, gli attimi, i momenti della riflessione, della sospensione del tempo, delle azioni e delle immagini». Nel gioco linguistico del sottotitolo esp-opposizione, dichiaravano poi di accedere alla complessità concettuale e alla fenomenologia del “transito” mettendo in scena due mondi pittorici diversi e anche opposti, per linguaggio, stile e poetica. Aggiungevano però, enunciando già una delle modalità operative del transito quale veicolo di idee e fattore di cambiamento, che le loro diverse appartenenze si erano snodate su percorsi svolti in interfaccia, per così dire. Tra Governatori e Tognarelli, difatti, è intercorso un assiduo e producente rapporto di riflessione e interlocuzione critica, intorno all’arte e al suo sistema e al loro lavoro. Una reciprocità di attenzioni e di stimoli che avviata negli anni, ormai lontani, degli studi all’Accademia di Firenze, non si è mai interrotta. Si noterà che il confronto e lo scambio delle opinioni, la circolazione delle idee che alimentano la crescita artistica, sono una pratica sempre più disattesa nei laboratori dell’arte attuali, concentrati come sono più sul marketing che sulla riflessione.
Governatori è sostanzialmente un realista/espressionista con una qualche divagazione tra surreale e magica. Egli ha molto lavorato in vari paesi dell’America Latina, per lo più a grandi impianti parietali di destinazione pubblica, qualificandosi tra i maggiori prosecutori del muralismo di originaria scuola messicana. La linea di tendenza della sua pittura, che testimonia un modo non neutro di stare nel mondo e di raccontarne le luci e le tenebre che lo abitano, la chiamerei nell’insieme “dura” e a connotazione esistenziale. Al contrario, Tognarelli si è sempre mosso su una linea di tendenza che definirei “morbida” quanto alla gradazione dei valori pittorici, ma non priva di accentuazioni climatiche del colore e ritmiche e plastiche dei segni e delle forme guizzanti, che scandiscono gli impianti. Egli ha esordito nell’ambito d’un naturalismo post Novecento a base tonale. Dopo una fase esplicitamente orfica o di sentimento panico della natura, è approdato a una sorta di neonaturalismo informale, nel quale la rappresentazione dello “spirito” della natura, e intendo le energie che pervadono e affaticano ogni cosa, è affidata alla pura dialettica dei segni, delle forme, della materia/colore.
Governatori affronta frequentemente, con acuto investimento ideale ed emotivo, i grandi temi della condizione umana, anche di stringente attualità. Per esempio le migrazioni di massa provocate dalle guerre e dalla povertà estrema, emergenza internazionale nella quale si traduce l’accezione certamente più drammatica dei “transiti” contemporanei. Nell’animazione formale e soprattutto nella temperatura cromatica delle partiture di Tognarelli possiamo leggere solo per via indiretta eventuali contingenze esterne, magari alluse nei titoli, e le relative suscitazioni dell’animo.
Diverse, dunque, per linguaggio pittorico, visione e intenzione espressiva, le esperienze di Governatori e Tognarelli tuttavia convergono nel considerare la pittura «esperienza cognitiva, il lavoro che stratifica i saperi, compartendo esperienze». Nel costume artistico del nostro tempo, che coltiva la proiezione esterna e il ritorno immediato anziché lo scavo nel profondo e nella materia e i tempi lunghi delle verifiche di tenuta e di risposta pubblica, non è cosa corrente concepire l’arte – «terreno comune dove gli uomini possono esercitare il giudizio» – come luogo della riflessione e della durata, alla quale concorrono il pensiero e la manualità oggi in disuso.
Su tali presupposti Governatori e Tognarelli allestivano a Fermo la scena pittorica di Transiti, momento centrale d’una riflessione sul “presente” estesa alla musica, alla letteratura, alla poesia e al teatro. Da me riordinata e aggiornata con l’aggiunta di opere nel frattempo eseguite, Transiti approda ora nella Sala degli Archi della cinquecentesca Fortezza Nuova di Livorno, parte della città pentagonale progettata dal Buontalenti a protezione e servizio del porto mediceo. Niente di più idoneo al passaggio di Transiti. La fortezza è luogo emblematico d’una città già porto franco, storicamente multietnica, votata alla mobilità degli uomini e delle cose, alla circolazione delle idee, allo scambio delle esperienze, all’incontro delle culture. Sono, come si vede, aspetti o portati del vivere comunitario che in versione aggiornata e planetaria, e certo non priva di problematicità, contrassegnano quel “villaggio globale” preconizzato da McLuhan che è il nostro tempo.
Questo nostro tempo segmentato e iperconnesso, nel quale filtrano e si manifestano in simultanea mille mondi, mille settorialità, ognuna con i propri valori, le proprie esigenze, i propri gravami.
A giustificazione del loro intervento, in una nota introduttiva al catalogo di Fermo, Governatori e Tognarelli ponevano in sintesi tre considerazioni valide anche per l’attuale edizione dei Transiti. La prima, che il “transito” è la situazione del tempo sospeso: il presente soffermato sulla soglia, nel luogo «dove non si lascia il passato e non si vede il futuro»; e a corollario: il luogo «dove si negano le scelte cristallizzate». Le quali appartengono, evidentemente, al passato. La seconda, che il presente deve essere il tempo sospeso della riflessione generatrice del cambiamento.
Come dire un trampolino per il futuro, in quanto “ci si dà il tempo” per formulare l’ipotesi e impostare lo sviluppo del passato nel futuro. Con altra immagine, potremmo paragonare il presente all’immersione in un fiume – il fluire del tempo – per il guado. L’acqua corrente sembra sempre la stessa, in realtà cambia continuamente. Panta rei, diceva Eraclito: tutto diviene, e noi con il tutto. Nonché lambirci e scorrere via, il flusso del tempo ci attraversa e ci trasforma senza sosta. Se si vuol governare il cambiamento, farsene attori anziché lasciarsi passivamente trasformare dal presente che ci investe, la carta da giocare è la durata del guado.
Occorre darsi il tempo rallentato della riflessione, perché il presente nel quale siamo immersi si carichi di nuove, nostre forme e significati da traghettare nel futuro. Per l’artista non adagiato sulla propria cifra formale e stilistica, sul già fatto e cristallizzato, il presente non può essere che perenne riflessione critica funzionale al cambiamento. Quindi soluzione di continuità tra il passato e il futuro.
Con la terza e conclusiva considerazione premessa alla mostra Transiti, la condizione soggettiva dell’artista rispetto al tempo si amplia e generalizza: «La società, la cultura, i movimenti degli uomini vivono un eterno transito». Sul piano esistenziale la vita è un intervallo, un passaggio nel non essere, e quanta discontinuità di stati e di situazioni in quel pur breve percorso! Dal punto di vista antropologico in prospettiva preistorica e storica, se non nei tempi lunghi evolutivi della specie, dalla scaturigine comune africana a homo sapiens, il tempo è una ininterrotta sequenza di percorsi individuali e collettivi – e relativi portati: bisogni sentimenti conoscenze ideali visioni rappresentazioni stili di vita – che si incrociano frizionano confliggono diramano fondono ibridano, insomma intessono la continuità e la discontinuità, ossia il divenire della vita individuale come delle civiltà, dei popoli, delle culture.
Il punto critico su cui insiste la visione dei Transiti di Governatori e Tognarelli nel passaggio dal tempo privato creativo al tempo di estensione pubblica e globalizzata, è la sempre più rapida accelerazione dei tempi della comunicazione e dei comportamenti, sulla scala che va dai rapporti interpersonali alle strategie relazionali geopolitiche. Si opera di fatto il cambiamento, ma non sembra che lo si sia elaborato con la riflessione necessaria a governarlo.
In Transiti si toccano diversi punti della complessa questione del tempo e del presente. Tognarelli è soprattutto concentrato sui passaggi interni, i passaggi genetici ed evolutivi della forma che si compiono nel laboratorio della pittura, per segni e linee e masse e colori e infine contrasti di luce e d’ombra. Sempre sollecitato da un’emozione, uno stato dell’animo che alla fine qualifica poeticamente la visione, dipinge fuor di figura un “paesaggio” dalla morfologia in continua mutazione, con uno sguardo ravvicinato tanto da rendere ambigui i riferimenti al reale, alla ricerca instancabile degli stati transitori della materia che simultaneamente si aggrega e scompone, si stabilizza e scatta su direttrici vettoriali, che diviene nel divenire del tutto di cui l’immagine pittorica è in definitiva una sintesi temporanea.
C’è sempre, sottesa, una componente orfica nell’animazione delle sue partiture, una tensione al coinvolgimento totalizzante, nel parziale dello specchio visualizzato. La si riconosce nei dipinti contrassegnati da titoli denotativi delle dinamiche in atto nella forma pittorica, quali Transito instabile, Andamenti, Frazioni di tempo, Passaggi, Interferenze, Geometrie di luce, Raramente si intersecano, Continuità, Ritmo di un interno; ma anche negli analoghi di rispondenza interiore: Voglia di andare, Incanti instabili, Contemplazione, Nel silenzio meridiano, Luoghi mentali, Relazioni; oppure nei sinestetici Jazz e Assonanze, nel luminoso Estate, nel toponimo Zanego dell’incantevole località ligure.
Correlati ai Transiti interni alle partiture di Tognarelli, sono i due estesi dipinti Senza titolo che però Governatori ha portato a un grado estremo di complessità strutturale e di solidificazione della materia pittorica, per farne un aggrovigliato convolvolo di forme lanceolate vagamente vegetali, che si insinuano l’una nell’altra e si intricano saturando lo spazio. Vorrei leggere questi inquietanti, surreali paramenti come metafora dei sommersi, direi archetipali labirinti della psiche collettiva. Penso all’oscuro motore biologico, ancor prima che culturale, che innesca l’inesausto andare e mutare e differenziarsi ed espandersi invasivo degli uomini e delle loro “fabbriche”, chissà quante volte implosi nei corsi e ricorsi della molteplice e stratificata loro storia.
Quando nel trittico dei Fuggiaschi quei paramenti fittomorfi si trasformano in una sorta di disastrata “Zattera della Medusa”, che trasporta in un mare di pece senza orizzonte, un cumulo fantasmatico di umanità derelitta e di relitti delle cose, si capisce che Governatori scorge il segno rinnovato di un antico destino negli eventi tragici ai quali assistiamo nel nostro tempo. In Transito 1 si ripete la scena della livida traversata, questa volta di uomini inquadrati di spalle in primo piano, piegati sul barcone che li trasporta non si sa dove, sotto la pioggia battente e l’onda che si rovescia loro addosso, e fa dei loro corpi un unico liquido flusso.
Non c’è che una Tenda di calcificata materia sironiana, dove sostare nella traversata del deserto, per un pur arduo approdo alla speranza del futuro.
Sull’oscuramento della speranza dovrebbe soffermarsi a riflettere, sospendendo il presente, il nostro tempo accelerato, che non riconosce la speranza nel bimbo che nel dipinto Innocenza è piegato a raccogliere nella mano l’acqua del mare. Ben si riconosce, invece, il tragico destino dell’Innocente e degli Innocenti che compongono con l’Innocenza un trittico ammonitore, circa il senso di umanità e di giustizia da recuperare per una visione possibile e grata del futuro di tutti.
Occorre sospendere il presente per farsi Pescatori di luce, dice Governatori. Lo recita il bellissimo, religioso trittico del cammino della speranza, che è sì un’immagine della soglia, un navigare, un gettare le reti, un soffermarsi sulla riva del mare a raccogliere e riflettere le animule luminose che baluginano nella notte del mistero. Ma è anche una sospensione del presente per riflettere e operare il cambiamento nella consapevolezza che si può – si deve – già qui e ora, su questa terra, progettare un futuro nel quale per ognuno brilli nella notte un’animula luminosa. Un futuro da restituire agli occhi azzurri della madre che in Cosa vedono? porta in braccio il proprio figlio, il cui corpo, come il suo, è dipinto di verde, il colore della morte dei crocifissi medievali.

Maurizio Governatori

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